Diritti di rogito: la Corte di Appello dice sì

20 05 2017

Con la Sentenza n. 272/2017 la Corte d’Appello di Brescia ha ribaltato quella che era l’unica sentenza dei Tribunali del Lavoro che aveva ritenuto errata l’erogazione dei diritti di rogito ai segretari di Fascia A e B negli enti senza la dirigenza.

A questo punto, quindi, tutti sono allineati nel ritenere che i diritti di segreteria spettano:

  • A tutti i Segretari di Fascia C
  • A tutti i Segretari di Fascia A e B se prestano attività negli enti senza la Dirigenza.

ALLEGATO: CORTE DI APPELLO DI BRESCIA – SENTENZA 272-2017



I diritti di rogito ai segretari comunali

24 09 2016

In un articolo per Il Quotidiano degli Enti Locali de Il Sole 24 Ore, ho riassunto la situazione attuale in materia di diritti di rogito da corrispondere ai Segretari comunali e provinciali.

L’articolo è offerto dallo stesso Quotidiano e quindi si può visionare liberamente cliccando sul seguente LINK: http://www.quotidianoentilocali.ilsole24ore.com/art/amministratori-e-organi/2016-09-22/per-corte-conti-diritti-rogito-solo-segretari-fascia-c-173157.php?uuid=ABYZW8UB



Polizia locale: nessun incentivo nella legge di stabilità

22 02 2016

Allego la nota della Ragioneria Generale dello Stato sull’art. 1 comma 972 della legge n. 208/2015 sulla non applicabilità della disposizione alla polizia locale.

ALLEGATO: NOTA RGS SU POLIZIA LOCALE E LEGGE DI STABILITA’ 2016



Progressioni orizzontali: se bisogna ricalcolarle…

23 11 2014

L’Aran ha diffuso recentemente un orientamento sulla possibilità di ricalcolare le progressioni orizzontali al fine della corretta suddivisione tra Fondo e Bilancio delle stesse.

Il parere è molto interessante, soprattutto laddove spiega che il calcolo va fatto dipendente per dipendente (con relativa specifica decorrenza della progressione) e non con calcoli sommari o generici.

Tempo fa, avevo proposto due approfondimenti sulle progressioni orizzontali che potete trovare a questo link.

http://www.gianlucabertagna.it/2009/05/23/sulle-progressioni-orizzontali/

 

Di seguito, l’orientamento applicativo ARAN RAL_1725, pubblicato il 14 ottobre 2014:

“In relazione alla dichiarazione congiunta n.14 allegata al CCNL del 22.1.2004, i maggiori incrementi stipendiali riconosciuti dall’art.29, comma 2, del medesimo CCNL del 22.1.2004 al personale già in godimento di progressione economica orizzontale devono essere finanziati con oneri a carico del bilancio? E da quale data (dal 22.1.2004 data di stipulazione del CCNL di cui si tratta o dall’l’1.1.2001)?
Quali sono le corrette modalità di quantificazione e di applicazione di tale particolare disciplina contrattuale?
In materia, si ritiene opportuno ricordare che, a partire dal CCNL del 5.10.2001, la disciplina negoziale ha previsto, in occasione di ogni rinnovo di parte economica, aumenti tabellari specifici per ogni singola posizione economica prevista all’interno delle diverse categorie considerate dal sistema di classificazione professionale.
Proprio a seguito della definizione di incrementi stipendiali nazionali per ciascuna posizione economica, con conseguente assunzione dei relativi oneri finanziari da parte di CCNL, già con la dichiarazione congiunta n.14 allegata al CCNL del 22.1.2004, le parti negoziali hanno ritenuto opportuno indicare alle amministrazioni un percorso applicativo corretto e coerente con la scelta di fondo di incrementi tabellari specifici per posizione economica: ‘Con riferimento alla disciplina dell’art. 29, comma 2, le parti concordano nel ritenere che l’importo dell’incremento stipendiale riconosciuto a favore del personale collocato nelle singole posizioni di sviluppo del sistema di classificazione, per la misura più elevata rispetto all’importo attribuito dal presente CCNL al personale collocato nelle posizioni iniziali (A1, B1, C1, D1) o di accesso dall’esterno (B3, D3), è finanziata con le risorse nazionali del CCNL medesimo e quindi è anch’esso a carico dei bilanci degli enti’.
Questo incremento specifico deve essere inteso, più chiaramente, come differenza tra l’incremento stipendiale attribuito, ad esempio, al lavoratore in posizione C3, rispetto a quello riconosciuto al lavoratore in C1. Lo stesso differenziale retributivo, (C3 meno C1 corrisponde alla differenza tra € 81,09 mensili ed € 77,11 mensili ed è pari ad € 3,98 mensili e a € 47,76 annui, cui deve sempre aggiungersi la quota di tredicesima mensilità) naturalmente, si traduce, in pratica, in una corrispondente rideterminazione dell’importo già in godimento a titolo di progressione economica; come ulteriore conseguenza questo stesso importo determina anche un altrettanto corrispondente aumento del ‘fondo per le progressioni economiche orizzontali’ di cui all’art. 17 del CCNL dell’1.4.1999.
Per le stesse motivazioni anche i valori annui delle posizioni di sviluppo vengono rideterminate con effetto dal gennaio 2003 (comma 5, art. 29) con la conseguenza che il costo complessivo delle eventuali nuove progressioni già effettuate o che saranno effettuate con effetto da data successiva al gennaio 2003 dovrà essere calcolato tenendo presente i nuovi e più elevati valori, (cui deve aggiungersi la tredicesima mensilità) con oneri, naturalmente, a carico delle risorse decentrate stabili che subiranno un corrispondente decremento stabile’.
Il contenuto di questa dichiarazione congiunta è stato ribadito anche nel successivo CCNL sottoscritto il 9.5.2006, con la dichiarazione congiunta n.4, secondo la quale: ‘Con riferimento alla disciplina dell’art. 2, comma 1, le parti concordano nel ritenere che l’importo dell’incremento stipendiale riconosciuto a favore del personale collocato nelle singole posizioni di sviluppo del sistema di classificazione, per la misura più elevata rispetto all’importo attribuito dal presente CCNL al personale nelle posizioni iniziali (A1, B1, C1,D,1) o di accesso dall’esterno (B3,D3) è finanziato con le risorse nazionali del CCNL medesimo e, quindi, è anch’esso a carico dei bilanci degli enti’.
Data la rilevanza delle conseguenze di una non corretta applicazione delle regole contrattuali, da ultimo, è intervenuta, ulteriormente, la dichiarazione congiunta n.1, allegata al CCNL del 31.7.2009, che ha ribadito: ‘Con riferimento alla disciplina dell’art.2, comma 1, le parti concordano nel ritenere che l’importo dell’incremento stipendiale riconosciuto a favore del personale collocato nelle singole posizioni di sviluppo del sistema di classificazione, per la misura più elevata rispetto all’importo attribuito dal presente CCNL al personale nelle posizioni iniziali (A1, B1, C1, D1) o di accesso dall’esterno (B3, D3) è finanziato con le risorse nazionali del CCNL medesimo e, quindi, è anch’esso a carico dei bilanci degli enti’.
Tali dichiarazioni congiunte hanno perseguito l’obiettivo di un’applicazione delle disposizioni concernenti gli incrementi stipendiali coerente con la volontà delle parti e tesa ad evitare che lo specifico fondo per le progressioni economiche orizzontali fosse impropriamente gravato anche della quota degli aumenti dei valori stipendiali di ciascuna posizione economica, aggiuntiva rispetto a quelli disposti per le posizioni iniziali o di accesso dall’esterno, il cui onere, trattandosi di aumenti disposti direttamente dal CCNL, è stato già imputato a carico delle risorse nazionali.
In tal senso, sono chiare le indicazioni in materia contenute nelle Relazioni illustrative dei CCNL soprarichiamati, predisposte per la certificazione dei costi contrattuali da parte della Corte dei Conti.
Pertanto, alla luce di quanto sopra detto, ad avviso della scrivente Agenzia, se l’ente, a suo tempo, effettivamente non ha dato in alcun modo attuazione alle disposizioni sugli incrementi stipendiali in coerenza con le indicazioni che si ricavano dalle tre dichiarazioni congiunte (non ha conteggiato la quota differenziale di incremento delle posizioni economiche riconosciuta a livello nazionale, da portare ad incremento del fondo per le progressioni economiche orizzontali; ha fatto, comunque, gravare sulle risorse stabili del fondo l’intera quota della progressione economica orizzontale, comprensiva anche del differenziale già riconosciuto al personale in servizio alla data di sottoscrizione dei CCNL), può certamente procedere, oggi, sia pure in ritardo al calcolo della quota differenziale non conteggiata, seguendo le indicazioni delle richiamate dichiarazioni congiunte.
Al fine di evitare applicazioni non corrette, si suggerisce il seguente percorso:
– occorre, innanzitutto, definire l’elenco analitico del personale in servizio in corrispondenza di ciascuna data di sottoscrizione definitiva dei diversi CCNL che disposto incrementi stipendiali nazionali sulle singole posizioni economiche (‘fotografia del personale all’epoca dei diversi CCNL’), naturalmente occorre prendere in considerazione unicamente i CCNL per i quali non si è proceduto al calcolo della quota differenziale e a seguito dei quali il fondo per le progressioni economiche è stato ‘caricato’ anche degli incrementi dagli stessi disposti; a tal fine l’ente, con una precisa e formale assunzione di responsabilità, dovrà certificare espressamente che la disciplina degli incrementi retributivi, derivanti dai CCNL, è stata applicata senza dare attuazione alle indicazioni ricavabili dalle dichiarazioni congiunte di cui sopra si è detto;
– per ciascuna persona in servizio individuata come sopra, occorre indicare la posizione economica rivestita alla data di sottoscrizione definitiva del CCNL preso in considerazione; naturalmente, non deve in alcun modo tenersi conto delle progressioni economiche formalizzate, a beneficio di ciascuna persona, successivamente alla data di sottoscrizione del contratto collettivo, anche se decorrenti da data antecedente (ad esempio, una persona che alla data di sottoscrizione era D2 e a cui sia stata attribuita successivamente la posizione D3, va indicata come D2);
– per ciascuna persona e per ciascun CCNL, individuati come sopra, occorre conteggiare su base annuale e tenendo conto del rateo della tredicesima mensilità, il differenziale tra l’incremento stipendiale riconosciuto dal CCNL sulla posizione economica in godimento della persona (ad esempio, ad una persona in D2) e l’incremento stipendiale riconosciuto alla posizione iniziale o di accesso dall’esterno (ad esempio, alla posizione D1); va da sé che per le persone collocate nella posizione iniziale o di accesso dall’esterno non si deve calcolare alcun differenziale;
– la somma dei differenziale, calcolati come sopra, costituisce l’importo che incrementa il fondo a regime.
Si deve, infine, ricordare che, nel caso di personale cessato dal servizio, l’intera quota delle progressioni economiche allo stesso riconosciute, comprensive dei differenziali di incremento riconosciuti a livello nazionale, torna nella disponibilità del fondo per altri utilizzi, nel presupposto che tale quota sia stata sempre ed interamente posta a carico del fondo.
Si ritiene opportuno, in ogni caso, segnalare la necessità di un’attenta valutazione degli effetti di ricalcolo sul bilancio dell’ente, in particolare modo ai fini del rispetto dei diversi obblighi e parametri, posti dalle norme di legge, che vincolano la spesa di personale degli enti”.

 



L’ufficio paghe e stipendi

25 10 2014

L’elaborazione e predisposizione delle Buste paga degli enti locali, può avvenire internamente oppure con appalto di servizio ad un soggetto esterno.

La scelta su come operare dipende da diversi fattori: professionalità esistenti, semplificazione, dimensioni degli enti, strumentazione, aggiornamento, ecc. ecc.

In caso di gestione interna Publika è in grado di affiancare l’ente in questo modo:

  • supporto telefonico e via e-mail sulle problematiche quotidiane
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In caso di gestione esterna, Publika offre:

  • servizio completo di elaborazione dei cedolini, con stampe riassuntive e adempimenti periodici
    (CUD, 770, Conto annuale, ecc…)
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Allego, di seguito, la proposta completa di Publika e il modello per richiedere informazioni.

ALLEGATO: PROPOSTA BUSTE PAGA – GESTIONE INTERNA O ESTERNA



La mobilità e il trattamento economico

23 06 2014

In questi giorni, si è fatto un gran parlare della mobilità, soprattutto alla luce delle possibili modifiche del decreto legge di “Rivoluzione” della pubblica amministrazione.

In attesa di avere un testo definitivo e commentabile, riporto di seguito un interessantissimo approfondimento di Roberto Maria Carbonara in merito al trattamento economico da garantire in caso di mobilità.

 

 

1. Introduzione alla criticità.

 

Nel numero 4/2014 di Personale News, ci eravamo lasciati con i seguenti interrogativi: “le indennità ad personam riconosciute ai dipendenti pubblici trasferiti da un ente all’altro per mobilità volontaria e preordinate ad evitare la reformatio in peius del relativo trattamento economico, continuano a sussistere a seguito della novella legislativa concernente l’esercizio finanziario 2014?” E, non solo: “sono riassorbibili dai miglioramenti contrattuali conseguiti presso la nuova amministrazione di destinazione o permangono in eterno al netto di questi miglioramenti?”[1].

La giurisprudenza, come ci accingiamo a scoprire, inizia ad elaborare le prime risposte.

 

 

2. La situazione “antemarcia”.

 

Prima dell’entrata in vigore della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (legge di stabilità 2014)[2], la situazione era allocabile, all’incirca, nei termini di seguito esposti.

Gli artt. 202 del d.p.r. 3/1957 e 3, comma 57, della legge 537/93 consentivano la corresponsione, (soltanto) agli impiegati statali che si trasferissero in altra amministrazione statale, di un assegno ad personam, utile a pensione, non riassorbibile né rivalutabile, pari alla differenza tra lo stipendio tabellare/fondamentale già goduto presso l’amministrazione di provenienza e quello di nuova destinazione.

Poi, la contrattazione collettiva nazionale di lavoro aveva esteso tale corresponsione, nel senso della non riassorbibilità dagli incrementi economici di destinazione:

–        obbligatoriamente, nei casi di trasferimento dai Ministeri all’ANAS e agli enti locali;

–        facoltativamente, negli altri casi; a discrezione, quindi, dell’ente ricevente.

Difatti, l’unico elemento d’incertezza, risolto ut supra, coinvolgeva esclusivamente lo specifico punto della riassorbibilità o meno dell’indennità, non ponendosi assolutamente in dubbio la debenza del riequilibrio economico di partenza tra un ente e l’altro, ai sensi dei principi generali che presidiano (o presidiavano?) la materia, fondati (per l’appunto) sul divieto di reformatio in peius ovvero “Il riconoscimento di un assegno ad personam, destinato a compensare la perdita di retribuzione subita a causa del trasferimento, è infatti una misura imposta in ogni caso dal principio dell’irriducibilità della retribuzione, mentre cosa diversa è la pretesa della non assorbibilità dell’assegno, rispetto alla quale occorre individuare una precisa norma, contrattuale o legale, che derogando al principio generale dell’assorbibilità, riconosca il diritto al mantenimento dell’assegno”[3].

 

 

3. Un cambiamento progressivo.

 

Già con la legge 28 novembre 2005, n. 246 era stato introdotta in nuce una norma che poteva minare il principio del divieto di reformatio in pejus, precisamente il comma 2-quinquies dell’art. 30 del d.lgs. 165/2001.

Tale norma dispone: “Salvo diversa previsione, a seguito dell’iscrizione nel ruolo dell’amministrazione di destinazione, al dipendente trasferito per mobilità si applica esclusivamente il trattamento giuridico ed economico, compreso quello accessorio, previsto nei contratti collettivi vigenti nel comparto della stessa amministrazione”.

Sulla portata precettiva di tale norma, soprattutto nei confronti degli enti locali, vi sono state diverse posizioni. La Ragioneria generale dello Stato, ha ritenuto che la disposizione in commento escludesse già la possibilità di riconoscere un trattamento perequativo, nemmeno di tipo riassorbibile, al personale transitato per mobilità congiunta[4].

Con la legge di stabilità 2014 il legislatore completa il quadro eliminando le norme che concretizzano la “diversa previsione”.

Il comma 458 del suo articolo unico ha, in effetti, abrogato tout court (tranciato!) gli esiziali artt. 202 e 3, comma 57 (sopracitati), travolgendo ogni cosa, anche il divieto di reformatio in peius?

 

 

4. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.

 

La primissima applicazione giurisprudenziale delle innovazioni cassatorie contenute nella legge 147/2013, risulta essere molto prudente, se non addirittura vanificatoria delle intervenute abrogazioni.

In via incidentale ha analizzato la norma il TAR Umbria[5]. Non si è trattato di un esame approfondito in quanto la vertenza sottoposta allo scrutinio dei magistrati amministrativi risaliva al 2008, allorché il Ministero della Giustizia ha disposto la cessazione della erogazione di un assegno ad personam in forza del fatto che l’interessato aveva effettuato un passaggio di carriera (dall’area B all’area C).

Da un lato non si è potuto non riconoscere un tentativo di parziale superamento del principio del divieto di reformatio in peius, sia per ragioni di contenimento della spesa pubblica che per esigenze di perequazione retributiva tra lavoratori aventi la medesima qualifica ed anzianità di servizio.

Dall’altro, però, si è sovrapposta alla immediata cogenza e precettività di siffatto superamento – producendone il sostanziale, seppur contingente, annientamento – la perdurante vigenza dell’art. 2, comma 3, del d.lgs. 165/2001[6], in forza della quale la cessazione di efficacia delle disposizioni di legge, regolamento o comunque amministrative che attribuiscano ai dipendenti (come nel caso di specie) incrementi retributivi non previsti (non tanto nella loro applicazione analitica/operativa, quanto nella loro essenza genetica) dalla contrattazione collettiva, interviene soltanto a far data dalla tornata contrattuale immediatamente successiva alla novella normativa, eventualmente caducatoria.

In altri termini, il riassorbimento dei trattamenti economici più favorevoli in godimento, non può che prodursi con le successive modalità e misure introdotte dai susseguenti contratti collettivi. Semplificando: la legge demanda alla successiva contrattazione collettiva la questione del riassorbimento sia nell’an che nel quantum.

Conseguentemente, in caso di mancato intervento (e sino all’intervento!) della contrattazione collettiva di comparto sull’eventuale riassorbimento dell’indennità in questione, non può che conseguire l’illegittimità del disposto riassorbimento.

Tale mancato intervento assume rilievo dirimente e paralizzante, essendo – allo stato – la contrattazione l’unica fonte deputata dalla legge ad intervenire nella materia[7].

Nel contempo, nulla quaestio sulla assolutezza della debenza dell’indennità perequativa in quanto tale.

Riportando i ragionamenti sull’orizzonte relativo agli enti locali, salvo aderire alle rigide posizioni della Ragioneria generale dello Stato, continua (almeno per il momento) a doversi corrispondere l’indennità perequativa.

Tale indennità, continua ad essere obbligatoriamente non riassorbibile nei casi di trasferimento dai Ministeri, facoltativamente negli altri.

 

[1] Carbonara Roberto Maria, “La mobilità prima di tutto”, Personale news, n. 4/2014, pp. 8-14.

[2] http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2013-12-27;147!vig=

[3] Corte di Appello di Brescia, sezione lavoro, sentenza 28 marzo 2013, n. 160; Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 16 aprile 2012, n. 5959; Tribunale di Bergamo (in funzione di giudice del lavoro), sentenza n. 674/2011; CCNL comparto Regioni ed autonomie locali del 22 gennaio 2004, dichiarazione congiunta n. 24; CCNL comparto Regioni ed autonomie locali del 18 dicembre 2003, punti nn. 1 e 2; CCNL comparto Regioni ed autonomie locali del 5 ottobre 2001, artt. 26-29.

[4] Ragioneria generale dello Stato, note nn. 15705 del 21 febbraio 2014 e 21487 del 12 marzo 2014, in risposta a quesiti fatti dal Comune di Rende. Tali note sono scaricabili dalla pagina: http://www.rgs.mef.gov.it/VERSIONE-I/Attivit–i/Ordinament/Tematiche-in-materia-di-personale-degli-enti-locali/Trattamentoeconomicoperdipendentetrasferitopermobilitacongiunta/index.html.

[5] TAR Umbria, sezione I, sentenza 6 maggio 2014, n. 248.

[6] http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2001-03-30;165!vig=

[7] TAR Umbria, cit.



La modifica del profilo professionale

11 05 2014

Sempre più le amministrazioni sono in grosse difficoltà assunzionali. Per questo motivo, tra i tentativi per garantire il corretto funzionamento degli enti, si pensa anche alla modifica dei profili professionali dei lavoratori.

Nel numero 4/2014 di Personale News, Monica Catellani ha affrontato in maniera sintetica, ma esaustiva, la questione. Riporto, quindi, di seguito il suo ottimo commento.

 

LA MODIFICA DEI PROFILI PROFESSIONALI

di Monica Catellani

Giungono alla redazione di Personale News diverse richieste di chiarimento in merito alla modifica dei profili professionali dei dipendenti. Poiché il punto di partenza è la definizione della dotazione organica, nel contesto della programmazione triennale del fabbisogno (atti che vengono generalmente adottati in questa prima parte dell’anno), proponiamo alcune considerazioni operative.

Innanzitutto è opportuno premettere che l’organo competente all’adozione degli atti di programmazione triennale ed annuale del fabbisogno di personale nonché, con uguale cadenza temporale, alla definizione (o conferma) della dotazione organica dell’ente è la giunta comunale. La dotazione organica, così approvata o adeguata, deve essere formulata con criterio complessivo ed indicare il numero delle posizioni dotazionali previste, distinte unicamente per categorie professionali di inquadramento. Quanto appena riferito corrisponde alle previsioni dell’articolo 6 del d.lgs. 165/2001.

La normativa, appena sopra citata, evidenzia anche (in particolare al comma 4-bis) che “Il documento di programmazione triennale del fabbisogno di personale ed i suoi aggiornamenti di cui al comma 4 sono elaborati su proposta dei competenti dirigenti che individuano i profili professionali necessari allo svolgimento dei compiti istituzionali delle strutture cui sono preposti”.

Si evince, pertanto, che le operazioni di definizione, attribuzione e variazione dei profili professionali, sono di competenza dei dirigenti/responsabili degli uffici e servizi (negli enti privi di dirigenza) che a ciò provvedono in ragione di quanto necessario e funzionale per il perseguimento degli obiettivi gestionali individuati dall’amministrazione.

I profili professionali sono, quindi, definiti dagli organi gestionali, con propri atti, che esplicitano – in riferimento alle declaratorie contrattuali (CCNL 31 marzo 1999 – Allegato A) – le competenze e conoscenze professionali richieste per il ruolo da ricoprire, i risultati attesi dalla prestazione lavorativa, le relazioni interne ed esterne, le responsabilità attribuite oltre ad una esemplificazione delle mansioni attribuite.

Il profilo professionale, in sostanza, identifica l’oggetto del rapporto di lavoro subordinato e, come tale, costituisce elemento essenziale del contratto individuale di lavoro; ogni sua variazione deve essere adeguatamente trasfusa nel citato contratto (con nuova stipula o con clausola modificativa appositamente sottoscritta dalle parti: datore di lavoro/lavoratore).

Il procedimento di modifica/variazione dei profili professionali deve trovare disciplina (in quanto materia ascrivibile alla micro-organizzazione e gestione del rapporto di lavoro) nel regolamento sull’ordinamento degli uffici e dei servizi che l’ente adotta, con atto della giunta comunale, esercitando gli ambiti di discrezionalità attribuitigli dall’ordinamento.

Una possibile regolamentazione può prevedere (a titolo meramente esemplificativo) che:

–        di norma, in caso di variazione/modifica di profilo professionale, la verifica dell’idoneità alle mansioni del profilo professionale di destinazione è accertata tramite sottoposizione del dipendente a prova pratica e/o a colloquio attitudinale concernente le attribuzioni e le mansioni previste dalla diversa posizione, cui provvede il dirigente/responsabile del servizio di destinazione;

–        è possibile ritenere che l’esercizio di fatto, per congruo periodo di tempo ed in assenza di rilievi di sorta eccepiti dal responsabile dell’unità organizzativa di appartenenza, delle attribuzioni e mansioni proprie del profilo di destinazione, può ritenersi adeguatamente sostitutivo del predetto accertamento di idoneità;

–        può essere, altresì, ritenuta non necessaria la sottoposizione del dipendente alla prova di idoneità qualora vi sia sostanziale omogeneità, a basso contenuto di professionalità specifica, delle mansioni proprie dei profili professionali interessati.

Alla luce delle considerazioni generali sopra esposte, si può indicare il seguente percorso che gli enti possono seguire per addivenire a modifiche/variazioni di profili professionali:

  1. disciplina generale del procedimento in contesto, nell’ambito del regolamento sull’ordinamento degli uffici e dei servizi;
  2. atto del dirigente/responsabile di servizio (di natura gestionale e non amministrativa) di variazione del profilo professionale dei dipendenti assegnati alle proprie strutture (uffici);
  3. atto del dirigente/responsabile del servizio personale (di natura gestionale e non amministrativa), su indicazione del Segretario comunale, per la variazione del profilo professionale dei soggetti preposti alla direzione degli uffici/servizi (dirigenti o titolari di posizione organizzativa);
  4. atto ricognitivo generale del dirigente/responsabile del servizio personale che riunisca il “catalogo” dei profili professionali (aggiornati e funzionali alle esigenze dell’amministrazione; modificabili e/o integrabili al mutare o sopravvenire di bisogni) presenti nell’amministrazione;
  5. a seguito degli atti sub 2. e 3., adeguamento dei contratti individuali di lavoro.

 

 



Contributo per amministratori lavoratori autonomi

27 04 2014

Il 9 aprile scorso (Class. n. 15900/TU/086), il Ministero dell’Interno ha rilasciato un parere con il quale si conforma all’opinione della Corte dei conti. Ecco un estratto del parere.

La circostanza che il decreto interministeriale del 25 maggio 2001 garantisca ai lavoratori non dipendenti la contribuzione minima non starebbe a significare, ad avviso delle sezioni regionali di controllo, che il lavoratore interessato possa accedervi solo perché rivesta una delle prescritte cariche di amministratore locale. Così opinando, infatti, l’assunzione da parte dell’Ente locale degli oneri contributivi si tradurrebbe nell’equivalente di un loro sgravio netto a favore del lavoratore non dipendente che accede alla carica di amministratore locale e di una loro contestuale fiscalizzazione con aggravio del bilancio comunale, senza alcuna corrispettiva dedizione del tempo lavorativo ai soli compiti di amministratore locale.

Se si ammettesse inoltre che il lavoratore non dipendente possa, in pendenza di mandato, svolgere ugualmente la sua professione facendo gravare sul bilancio dell’Ente il pagamento dei contributi (da lui altrimenti dovuti) nella misura minima prevista, si finirebbe per consentire l’alterazione delle condizioni di mercato, dal momento che l’amministratore locale esercente la professione, l’arte o il mestiere, non gravato dagli oneri contributivi, avrebbe margini di ricavo più ampi rispetto alla concorrenza.

Né, si ritiene, possa essere validamente eccepito che, dalla circostanza che il più volte citato comma 2 dell’art. 86 T.U.O.E.L. nulla dispone circa l’obbligo di astenersi dall’attività professionale da parte del lavoratore non dipendente durante lo svolgimento del mandato elettorale, ne può derivare un’assenza di tale obbligo espressamente voluta dal legislatore.

Ciò posto questo Dipartimento, tenuto anche conto dei generali principi di buon andamento e di contenimento della spesa pubblica, ritiene di condivisibili le argomentazioni formulate dalle citate sezioni regionali di controllo in merito all’ambito applicativo dell’art. 86 comma 2 T.U.O.E.L.”.



Turno e maggiorazioni festive – Corte Appello Milano

9 02 2014
Sta facendo il giro della rete la Sentenza n. 1102/2013 della Corte di Appello di Milano con riferimento alla cumulabilità tra indennità di turno e maggiorazioni festive in caso di attività svolta in giorno festivo infrasettimanale.
La Corte ritiene che le finalità dei due istituti presidiino due funzioni differenti (cfr. Corte di Cassazione, sezioni unite, sentenza n. 907/2007) e che, quindi, entrambe debbano essere preservate, assicurando un eguale trattamento (per il lavoro nei festivi infrasettimanali) al personale turnista come a quello che, eccezionalmente e per esigenze di servizio, sia chiamato a rendere la prestazione. “La modalità organizzativa del lavoro (turnisti e non turnisti) non è considerata come variabile per diversificare il quadro di riferimento legale e contrattuale ai fini della definizione di lavoro ordinario e lavoro straordinario; da un lato il CCNL definisce l’orario settimanale di lavoro (art. 17 CCNL 6.7.1995) e, dall’altro, elenca i giorni di festività nazionale, uguali per turnisti e non turnisti”.
Trovate la sentenza in allegato.


Ancora su Irap e progettazioni interne

8 06 2013
Ecco la sintesi della Corte dei conti Toscana.
A me sembra chiarissima.
 
La Corte di Conti, sezione regionale Toscana, con la deliberazione n. 146/2013/PAR del 30 maggio 2013, non condivide – sul tema in oggetto – la prospettazione della Provincia di Grosseto che ravvisa un contrasto tra gli orientamenti espressi dalla stessa sezione Toscana (deliberazione n. 24/2011) rispetto alla recente giurisprudenza (Corte d’Appello Palermo, sentenza n. 879/2012).
La sezione, in primo luogo, richiamata il disposto dell’art. 1, comma 208, della legge 23 dicembre 2005, n. 266 che recita:
“Le somme finalizzate alla corresponsione di compensi professionali comunque dovuti al personale dell’avvocatura interna delle amministrazioni pubbliche sulla base di specifiche disposizioni contrattuali sono da considerare comprensive degli oneri riflessi a carico del datore di lavoro”.
Successivamente si rifà al parere delle Sezioni Riunite (deliberazione n. 33 del 30 maggio 2010), analoghi di diverse sezioni regionali di  controllo, in linea con le interpretazioni date dall’Agenzia delle Entrate e dalla Ragioneria generale dello Stato, per concludere che ritiene di non discostarsi dal desumibile orientamento, del seguente tenore:
“Può concludersi nel senso che, mentre sul piano dell’obbligazione giuridica, rimane chiarito che l’Irap grava sull’amministrazione … su un piano strettamente contabile, tenuto conto delle modalità di copertura di ‘tutti gli oneri’, l’amministrazione non potrà che quantificare le disponibilità destinabili ad avvocati e professionisti, accantonando le risorse necessarie a fronteggiare l’onere Irap, come avviene per il pagamento delle altre retribuzioni del personale pubblico … Pertanto, le disposizioni sulla provvista e la copertura degli oneri di personale (tra cui l’Irap) si riflette, in sostanza, sulle disponibilità dei fondi per la progettazione e per l’avvocatura interna ripartibili nei confronti dei dipendenti aventi titolo, da calcolare al netto delle risorse necessarie alla copertura dell’onere Irap gravante sull’amministrazione”.