Oggi ho salutato Giuseppe.
Chiesa piena, fuori altra gente: c’era da fare la fila. Il prete e il sindaco l’hanno detto senza orpelli: “un uomo giusto”. Approvato all’unanimità, senza emendamenti.
Con Giuseppe ci siamo conosciuti quando internet era un vicolo senza cartelli: forum da carbonari, 2003. Si parlava di tutto con la serietà che si riserva alle cose leggere e con la leggerezza che si riserva alle cose serie (noi eravamo così). Tre cose da fare nella vita: piantare un albero, scrivere un libro, mettere al mondo un figlio. I figli li avevamo già, almeno due a testa, intanto. L’albero ci sembrava la cosa più semplici. Siamo passati al libro, quindi: indice nato per scherzo, contratto Maggioli vero, pagine che correvano, amicizia che spingeva quando mancava il fiato. La sera della scatola alla porta ce l’ho ancora addosso: dentro c’era il nostro libro, sì, ma soprattutto un girotondo di emozioni attorno a un albero, quello che ancora ci mancava. In mezzo, noi due, con i nostri nomi in copertina.
Nel 2006, all’inizio di Publika, un corso a più voci: lui ai tributi (in modalità “serio vero”), io a far domande (in modalità “perché?” moltiplicato per mille). Le basi del diritto amministrativo me le ha insegnate lui: tutte le mattine una telefonata — vita, poi principio, poi sentenza, poi “mi raccomando l’eccezione”. In macchina verso un’aula gli chiedo: «Ma tu credi in Dio?». Sbuffo trattenuto, mezzo sorriso, la risposta che è tutta sua: «Allora, giuridicamente parlando…». Fine della teologia, inizio dell’ironia.
Capitolo Bari, 2012. Una delle tante volte nella città pugliese. A Bergamo diluvia, a Bari sole da cartolina e io con berretta e sciarpa (efficienza padana mal riposta). L’acqua che mi sono trovato sul tavolo con la scritta “per i relatori” decide di scendere a valle: metto una slide quasi illegale per difficoltà e scappo in bagno. Giuseppe ride: «Non potevi andarci prima?». Poi la cioccolata calda con il bicchierino d’acqua a Torre a Mare — gesto semplice che vale più della panna. Per aiutarmi a superare il mio stato di ansia, prima dei controlli in aeroporto mi nasconde una bottiglietta di acqua nello zaino. Inutile dire che non mi fermano. Appena arrivo al di là mi chiama: “hai una bottiglietta nello zaino”. La trovo e guardando oltre i banchi lo saluto col gesto del brindare. A volte la vita è più semplice delle istruzioni.
In un’altra occasione arrivo alla stazione dei treni. Esco e lo vedo in mezzo alla piazza, in totale divieto di sosta e di fermata. Sono agitato per lui che, nonostante tutto, lascia la macchina e mi viene incontro per il solito abbraccio. Poi salgo e mi metto le cinture. Lui immediatamente si gira verso di me: “Toglile che mi fai fare brutta figura!”.
Nel 2013 brindiamo a dieci anni di amicizia. Io ancora lo stuzzico ricordando di quel libro, di aver scritto nove decimi io e lui il capitolo finale; le royalty però al 50% (giustizia poetica). Diversi e perfettamente compatibili: lui giacca e cravatta, io jeans e bacchettata affettuosa; lui serissimo, io fingo di non esserlo. I miei figli lo ricordano per Polignano («il ponte di duecento metri erano trenta, geometra!») e per Bari («State attenti ragazzi: rubano le mutande senza togliere i pantaloni»: soluzione radicale di mio figlio: non metterle). A nord mi chiedeva sempre di andare a Borghetto: aveva lo sfondo del telefono con quel paese “mezza giornata sott’acqua” (secondo lui).
Nel 2016 mi manca solo la Basilicata per chiudere la mia sfida delle venti regioni in un anno. Chiedo a Giuseppe se mi accompagna. Andiamo a Matera «giusto il tempo di fare la pipì», dico. Nessuna fanfara, solo Sassi al tramonto e una cena buona. La gente mi chiede: «E perché non le fai tutte e ventuno?». La ventunesima non la trovavo. All’epoca ridevo. Oggi la mappa ha cambiato scala.
Nel frattempo, la vita: convention di Publika con la sua famiglia (Oslo, Berlino, Val di Non, Toscana, Lazio, Porto), trekking (Canossa, Garda, Franciacorta, Monferrato; ultimo aprile 2024 al Conero, vento giusto per parlare bene). Una fuga di due giorni a Valencia in totale clandestinità: foto ad Augusto per farlo rosicare. Missione compiuta. Karaoke improvvisati, canzoni con la chitarra, bevute in cantina, tour dei musei.
E poi c’è il capitolo gastronomico: Giuseppe mangiava come un drago (categoria “miti e leggende”). Spesso, mi diceva, usciva dal Comune, andava a casa e cucinava per i suoi figli. Quando saliva per i trekking a volte veniva in macchina e si fermava diverse volte sulla costa adriatica per un’abbuffata che poi avrebbe pagato durante il cammino. Quando parlava di Puglia gli brillavano gli occhi e diceva “Risopatatecozze” — tutto attaccato, pena sanzione.
C’era anche la nostra liturgia: io atterravo a Palese, lui mi aspettava fuori, si andava a cena a Torre a Mare. Nell’ultimo anno scendere dall’aereo e non trovarlo appoggiato alla macchina con quel mezzo sorriso ha fatto male. Era il cartello “deviazione” messo all’improvviso sulla nostra strada.
Un anno fa, la diagnosi: tumore al pancreas. L’ho visto tre volte. Quasi non mi riconosceva: come se avesse staccato la testa per risparmiare le ultime energie. Ci sono assenze che urlano piano: la sua faceva così. Provi a restare, ma certe stanze restano chiuse dall’interno.
Oggi don Mario per salutarlo ha usato parole che gli calzano: giusto, perbene, grandezza senza trombe. Il suo fuoco — passione, curiosità, conoscenza — tenuto a fiamma viva sotto il coperchio della sobrietà. I numeri dei tributi da una parte, i volti dei servizi sociali dall’altra: insieme, non uno contro l’altro. Giovanna e i ragazzi – Rosa e Antonello – frugando tra le carte, stanno trovando quello che lui non ha mai detto di sé. Anche questo è un modo di voler bene: lasciare tracce chiare e nessun manifesto.
Se devo aggiungere qualcosa io, è semplice: uomo intero. Lavoro fatto bene, autoironia a bassa voce, cura per i suoi, fame (di cibo e di vita). Se c’era da venire a prenderti in aeroporto, c’era. Se c’era da camminare, camminava. Se c’era da scrivere, scriveva fino all’ultima riga. E alla domanda più grande rispondeva con la sua chiusa preferita: «Allora, giuridicamente parlando…» (che, tradotto, voleva dire: non facciamola troppo complicata).
La ventunesima regione non sta sulle carte. Ha coordinate mobili: un sedile all’uscita arrivi, un tavolo a Torre a Mare con un bicchierino d’acqua o una mangiata di pesce crudo, una salita tra i Sassi, un improbabile trekking in jeans e camicia, una cucina che profuma di risopatatecozze, una foto da Valencia mandata all’amico giusto, e un albero in mezzo al nostro girotondo.
Ci torno quando serve. E lì — senza protocolli, senza timbri — ci ritroviamo. Giuridicamente parlando, è casa.


Quale ricordo o insegnamento tratto dall’amicizia con Giuseppe ti sembra più prezioso e perché continua a influenzarti oggi? regards Tel U
Rileggo spesso il tuo racconto…le lacrime non so trattenerle..
Manca tutto di lui…Grazie Gianluca