Una canzone al mese. Marzo 2026

Hey mama, è vero che
Chi è più bianco è più forte di me?
Eh sì, sarà sempre così
Hey ma’, è vero che
Chi è più forte ha più ragione di me?
Eh sì, sarà sempre così

Hey ma’, Gino Paoli

 

Tra le canzoni di Gino Paoli — che se n’è andato proprio in questo mese — mi è tornata in mente Ehi ma’. Non è la più famosa, e forse nemmeno la più citata, ma a volte le canzoni fanno così: non vincono per notorietà, vincono per quello che riescono a portarsi dietro.

Questa, ad esempio, per me era una questione di dita prima ancora che di parole. Aveva un giro semplice, pulito. Di quelli che, con una chitarra in mano, ti fanno sentire subito capace. Ricordo la soddisfazione di aver trovato gli accordi quasi senza fatica, e poi il gusto di riproporla, senza pretese, con gli amici. Non era tanto la canzone in sé, era il fatto che diventava nostra.

E poi c’era il testo. All’epoca — tanti anni fa — mi colpiva quell’idea, neanche troppo nascosta, dell’essere tutti uguali. Oggi sembra una frase che scivola via: o la diamo per scontata o non ci pensiamo proprio. Ma allora no. Allora era una cosa viva, quasi urgente. Era dentro l’aria che respiravamo.

Noi, da ragazzi, molto prima della canzone, avevamo una specie di antenne aperte sul mondo. Non sempre capivamo tutto, questo è certo. E sì, a volte lo sciopero era anche una buona scusa per saltare scuola. Però qualcosa arrivava. Sapevamo cosa stava succedendo, anche lontano. Il Sudafrica, l’apartheid, gli echi dei discorsi di Martin Luther King, l’azione più dura e spigolosa di Malcolm X, il lavoro di Helder Camara in Brasile. Non erano solo nomi: erano pezzi di un racconto che sentivamo anche nostro, in qualche modo.

Ripensandoci adesso, mi colpisce soprattutto questo: che non stavamo aspettando di capire. Eravamo già dentro, anche quando capivamo a metà.

Poi, come succede spesso, le canzoni prendono una strada più personale. Ehi ma’ con Silvio era diventata un’altra cosa. Avevamo cominciato a storpiarla, a riscriverla, a infilare dentro nomi e facce del nostro paese. Il tabaccaio, qualcuno incontrato al bar, figure che non c’entravano nulla e proprio per questo funzionavano. Ridevamo. E quella canzone, ancora una volta, diventava nostra.

Forse è questo che resta davvero: non la versione originale, ma quella che ci siamo costruiti addosso.

E allora grazie, Gino Paoli. Anche per le canzoni che non vincono per notorietà. Quelle che però, quando le incontri di nuovo, sanno già dove abiti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

uno + 2 =