Qualche giorno fa è morta la zia Luisa. Aveva 86 anni, compiuti da pochissimo. La sorella di mia mamma è stata una presenza costante per tutta la mia vita. So che c’era al mio battesimo perché mi ha fatto da madrina. Ho percepito la sua presenza nei miei primi passi e ne ho una memoria visiva legata alla mia prima vacanza in campeggio. Poi gli anni delle elementari: lei era una professoressa e, sai com’è, un riferimento onnipresente nel mondo della scuola.
A quei tempi abitava a Mantova, insieme alla nonna Gina, morta qualche anno fa a 100 anni, e al nonno Emilio, scomparso molto prima. Quando li andavo a trovare ero sempre meravigliato del loro appartamento in affitto, in uno dei palazzi che si affacciano su una delle piazze più grandi della città. Per me era goduria pura e, oltre alle corse e ai giochi con mia cugina Sara in quei saloni immensi – o forse ero solo basso io –, ricordo la sacralità del tempo del pasto, del pranzo e della cena. Mia nonna, mio nonno e mia zia nei loro posti fissi, a volte in silenzio, a volte a parlare. Ricordo che mia zia, inconsapevole, mi ha fatto assistere all’inizio del suo divorzio, quando l’avevo sorpresa, spiandola un po’, mentre parlava al telefono con mio zio.
Alle medie, per uno dei tre anni, mia zia era diventata preside proprio della mia scuola. Se non sbaglio, ero in seconda. Oltre all’imbarazzo che provavo quando ogni tanto entrava nella nostra classe a “cazziarci” per qualcosa, ricordo che a volte l’aspettavo al termine delle lezioni; poi lei mi accompagnava a casa e stava a pranzo con noi.
Anche negli anni delle superiori la zia Luisa c’era. Due volte alla settimana avevamo il pomeriggio. Io e il mio amico Giovanni eravamo ospiti dalla nonna Gina e, mentre noi, alle due, dopo aver pranzato, prendevamo la via del ritorno a scuola, incontravamo lei che tornava dal lavoro. Al momento del caffè lei iniziava il suo pasto, ma c’era sempre il tempo di uno scambio di vita.
La distanza tra il mio paese e la città e l’adolescenza che si trasformava negli anni della giovinezza mi hanno portato un po’ lontano dalla zia. Attenzione: in un modo o nell’altro – soprattutto tramite mia mamma – ero sempre ben informato di tutto, ma si sa, la crescita sposta gli equilibri.
D’estate, comunque, il tempo di stare con la Luisa c’era sempre. Lei, infatti, trascorreva buona parte delle ferie nella casa di montagna che, anche grazie alla sua presenza e a quella della nonna Gina, è stata trasformata in un museo delle stagioni della vita.
Non sono mai mancate le telefonate ai rispettivi compleanni e, ora, mi pento di quelle volte in cui, preso da quello che stavo facendo, ho quasi sbuffato vedendo la sua chiamata.
Poi sono arrivati i momenti istituzionali dei nostri figli: i miei, quelli di mio fratello e quelli di sua figlia Sara. Battesimi, comunioni e cresime. Un momento per stare insieme, rivedersi e tornare a raccontarsi pezzettini di vita. Di quei momenti, uno dei quali si è svolto soltanto pochi mesi fa, io e mio fratello ricordiamo sempre i nostri sguardi quando ci chiedevamo: «Ma quanto mangia e beve la zia?!».
Un anno fa, proprio nella sua amata casa di montagna, è stata male: difficoltà respiratorie. Si è parlato da subito di un tumore, con la relativa prognosi: massimo sei mesi di vita, anche meno. In verità è stato un anno. E questo periodo ci ha permesso di starle un po’ accanto, di lasciarla andare con la giusta serenità e delicatezza. Fino all’ultimo era sul pezzo. Ed è stato un piacere averla potuta tenere stretta per tutti questi anni.

