La soluzione dei problemi dei comuni si chiama scavalco d’eccedenza

A Roma pensano che la soluzione di tutti i mali dei comuni si chiami scavalco d’eccedenza.

Per chi è meno preparato dei nostri parlamentari, ricordo che si tratta dell’art. 1 comma 557 della legge 311/2004 che così, nella formula originale recitava:

I comuni con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti, i consorzi tra enti locali gerenti servizi a rilevanza non industriale, le comunità montane e le unioni di comuni possono servirsi dell’attività lavorativa di dipendenti a tempo pieno di altre amministrazioni locali purché autorizzati dall’amministrazione di provenienza.

Bene. Quei 5.000 abitanti sono diventati 15.000 con la legge di conversione del d.l. 44/2023.

Ma non è finita qua.

Il senato ha da poco approvato in via definitiva il decreto PA2 (https://www.senato.it/leg/19/BGT/Schede/Ddliter/57381.htm).

Tra le novità c’è l’articolo 28, comma 1-ter che alza il tetto a 25.000 abitanti per lo scavalco di eccedenza.

Ho fatto una piccola ricerca accessibile a tutti QUA

I comuni fino a 20.000 abitanti sono 7.392 su 7.901 pari al 93.5%. Aggiungiamocene giusto qualcuno per arrivare a quelli a 25.000 e immediatamente vediamo che con la nuova disposizione rimangono fuori solo pochissimi enti.

Fossi in loro, mi chiederei: perchè? perchè gli altri sì e noi no??!!

Non è il luogo per discutere dei difetti della norma in sè, ma così davvero non ha più senso. Una norma che dava una mano ai piccoli enti viene ora estesa a quasi tutti i comuni italiani. Come se una manciata di ore in più salvasse gli enti locali dalle difficoltà assunzionali degli ultimi anni.

A questo punto, perchè mantenere nel sistema il principio di esclusività della prestazione lavorativa?

Si sta smantellando tutto. E mi pare con poco senso.

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