Il rispetto

In questi ultimi mesi, durante le giornate di formazione, ho incontrato tanti responsabili delle risorse umane degli enti locali e della pubblica amministrazione. I loro occhi mi sono sembrati tristi, stanchi e avviliti. Mi sono fermato, ho parlato e ha cercato di capire. Il riassunto in una parola: scoraggiamento. Il clima che si respira all’ufficio personale (che negli enti più piccoli coincide con l’ufficio ragioneria o con l’ufficio affari generali) è sempre più pesante. È come quando, sbuffando, si arriva ad una partita per una sfida e si calano le braccia; non perché si ha paura di perdere, ma perché sul terreno di gioco mancano delle regole chiare oppure non si ha fiducia nell’arbitro.

Statistiche, adempimenti, calcoli, certificazioni, rendicontazioni, questionari. Così passa il tempo oggi il responsabile delle risorse umane. A fatica si riesce a trovare il tempo del pensiero, dell’analisi e dello studio. E anche quando la fortuna permette un approfondimento, i dubbi ritornano e lo scoramento sale. Se da una parte è vero che alcune volte le norme sono scritte male, dall’altra parte non si può negare che non esiste una disposizione legislativa che venga interpretata in maniera univoca, chiara e certa. E così, in balìa di un marasma di interventi della dottrina, le decisioni si fanno fatica a prendere.

Gli esempi sono innumerevoli. Ne cito solamente due. Il calcolo delle spese di personale. Dal 2006 ad oggi (tra poco sono sette anni) non esiste la certezza del calcolo corretto. Anzi, se dovessimo “ascoltare” tutte le interpretazioni sull’argomento, ogni anno, se non ogni mese, dovremmo rifare conti. Secondo esempio: sulla costituzione e la riduzione del fondo nell’anno 2011, dalla scorsa estate si è scritto e detto di tutto. E anche il contrario. Nel frattempo siamo stati un’altra volta sotto l’ombrellone con un tarlo che ancora ci rode nella testa.

E allora, in questa situazione, credo che il responsabile del personale meriti rispetto. Le nostre scelte diventano sempre più complicate e spesso è come trovarsi ad un bivio senza sapere, ovviamente, qual è la strada giusta. Il buonsenso, la logica e la razionalità ci guidano, ma spesso questo non coincide con le aspettative dei colleghi, degli amministratori o dei sindacati.

Dei colleghi ci piacerebbe ricevere più fiducia; stiamo lavorando al massimo dell’impegno, senza fare preferenze e cercando di uscire dai meandri di un mondo interpretativo particolarmente complesso. Se ci sono stati tempi in cui “si poteva fare un po’ di tutto”, ora quei tempi sono finiti. Il legislatore chiede un sacrificio e lo chiede a tutti: non ce ne stiamo dimenticando e cerchiamo di essere imparziali nelle nostre decisioni.

Dagli amministratori ci attendiamo più partecipazione al momento delle scelte. In questo contesto è impossibile improvvisare. La programmazione deve necessariamente passare anche dagli aspetti della dinamica retributiva ed assunzionale dei lavoratori. E poi c’è un’altra questione: stiamo sempre parlando di soldi pubblici, dei quali, in alcuni casi, siamo noi i custodi affinché vengano spesi nel miglior modo possibile e nel rispetto delle stringenti regole volute dal legislatore. È necessario prendere insieme decisioni responsabili e rigorose.

Dai sindacati ci attendiamo tavoli di contrattazione con toni più sereni e pacati. Probabilmente è giunto il momento nel quale, per un po’, bisogna smettere di tirare esclusivamente l’acqua al proprio mulino: la strada è quella delle scelte condivise e che facciano davvero bene a tutti i dipendenti. Le risorse sono poche. Non chiedeteci in questo contesto dei voli pindarici.

Ecco, tutto qua. Forse questi tre anni di congelamento delle retribuzioni, dei contratti e dei fondi delle risorse decentrate possono riportare un clima più sereno nelle nostre amministrazioni. E se anche non fosse così, diamo almeno un po’ di rispetto a chi deve assumere decisioni importanti e non sempre facili.

Per noi è dura. Ma ce la faremo. Comunque sarà bello provarci.

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