Il portiere

Avere un figlio portiere può creare qualche problema. Non sto pensando ai quintali di fango che quotidianamente porta a casa. E neppure all’esame psicologico che giudica chi ricopre questo ruolo “un pazzo”. Ne sto solo facendo una questione di tifo.

E’ normale, che quando vai allo stadio a vedere tuo figlio giocare, tifi per la sua squadra. Ma se il figlio gioca in porta non è esattamente così. O meglio. Il desiderio che la tua squadra vinca è sempre presente, ma speri sempre che la vittoria non arrivi poi tanto facile. Perchè? Perchè c’è tuo figlio in porta, no? E se gli altri non gli tirano mai, come fai a vedere quanto è bravo?

Quindi: sì, è importante che la squadra vinca, ma bisogna che gli avversari tirino tante volte in porta e che il portiere faccia tante parate. Così accade che speri che l’attaccante degli altri riesca a dribblare tutti i tuoi difensori per arrivare a fare un tiro micidiale… solamente che poi all’ultimo minuto interviene tuo figlio portiere a fare una parata strepitosa.

Oggi, il figlio portiere, ne ha combinata un’altra. Ha chiesto di giocare anche fuori, perchè in porta a volte si annoia. Solo che su una punizione degli altri è salito fino all’incrocio dei pali a prendere il pallone con le mani. Sarebbe stata espulsione, ma per la giovane età non è ancora contemplata. Quindi, l’attaccante tira il rigore e lo sbaglia. E il giovane si gongola beato in mezzo al campo.

Conclusioni. Se tuo figlio gioca in porta, senti dentro che non vuoi che la tua squadra vinca tanto facilmente ed entri in empatia con l’attaccante degli avversari. Se tuo figlio gioca a metà campo, ma fa lo stesso le parate, ti metti a sorridere.

Alla fine gli ho chiesto: ma hai deciso in che ruolo giocare? Sì, papà, voglio andare a tennis.

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