I salti

Quando ero piccolo e andavo a sciare, mi bastava poco. Il massimo della goduria era uno skilift lungo quattro minuti di risalita. La discesa era più o meno di venti secondi. Su e giù tutto il giorno. Più su, che giù, ovviamente. Se per caso ti capitava una seggiovia, ti inchinavi in riverente devozione.

Durante la discesa, il brivido folle era il salto. Che non è che ci fosse ben marcato nella neve. Dovevi inventartelo tu. Bastava una cunetta, una piega del terreno, un cumulo di neve. Salti di dieci centimetri che ti facevano sentire lassù in alto vicino al cielo. Quei salti, peraltro, mi hanno distrutto le ginocchia, ma questa è un’altra storia.

Oggi, ci sono gli snowpark. Cioè, spazi dedicati pieni di ringhiere, tavoli, trampolini, alzate, tubi, bidoni e altri marchingegni. Ognuno si inventa la propria evoluzione, il proprio salto, la propria giravolta. Per entrarci bisogna avere o lo snowboard o gli sci da freestyle (quelli con le doppie punte che non sai mai da che parte guardano). Io ho imparato ad andare sulla tavola (certo, anche quella delle baite per il pranzo), i miei figli con gli sci da freestyle.

Ecco, questo è quanto. Quello che ci sta dentro in trent’anni di differenza di età è un mondo. Io, ad esempio, non mi sarei mai sognato di saltare sul tetto di una casa.

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