Kilimanjaro

Qualche giorno fa mi trovavo sulla vetta del Kilimanjaro a 5.895 metri sul livello del mare. Non ero lì casualmente. Con la scusa del regalo di laurea, io e mio figlio abbiamo fatto uno dei soliti nostri trekking, solo che stavolta è stato un po’ più lontano, in Tanzania. Metti insieme qualche elemento – Africa, una settimana, avventura, non troppo difficile – shakera bene e ne esce un solo nome: Kilimanjaro. Va detto che era qualcosa a cui avevo sempre puntato e che, però, avevo ormai accantonato. Soprattutto ero incuriosito da questa idea di camminare con poco ossigeno: come funzionerà? La spinta di Lorenzo è stata decisiva.

Dico subito una cosa: “Ok, ora basta” intendendo come destinatarie di questa affermazione “camminate impegnative che ti provano così tanto fisicamente”.

La salita, dal punto di vista alpinistico, non è per niente difficile. 60 km in 7 giorni con poco meno di 6.000 metri di dislivello (si fanno anche per finalità di acclimatamento diversi “su e giù”). Non c’è neve, i sentieri sono ben tracciati e marcati, niente esposizione a burroni. Si cammina, insomma. Solo nella notte di approccio alla vetta, diciamo attorno ai 5.000 metri di altitudine, si sente un po’ di fiatone e qualche giramento di testa. Poi, per il resto, è appunto un lungo sentiero di montagna: se si è abituati o si fa un po’ di attività fisica/sportiva, non ci sono problemi. Tra l’altro, tra le tante, abbiamo scelto la Lemosho Route che ha una percentuale di successo pari al 99% grazie ad un percorso che fa abituare meglio il corpo. Dicono anche che sia la più “bella” dal punto di vista dei paesaggi. Non posso fare comparazioni – una volta basta e avanza – ma devo dire che l’aggettivo è assolutamente adeguato.

Nessun problema alpinistico o di fatica correlato a questo aspetto, quindi. Dove sta, a questo punto, la maggiore difficoltà? Nelle condizioni di vita che ci sono per raggiungere la vetta. Con nostra grande sorpresa, infatti, abbiamo scoperto che si tratta di vere e proprie spedizioni. Per permettere a me e Lorenzo di arrivare in cima, c’erano ben 13 persone che “lavoravano” per noi. Due guide, un cuoco, un coordinatore logistico e uno di approvvigionamento e il resto portatori. E si caricavano sulle loro spalle: tende, tavoli, sedie, fornello, sacchi a pelo, zaini, cibo, acqua, ecc. Appunto, una spedizione. Sebbene ci sia anche una via che permette di dormire in rifugi – sia chiaro: non sono in stile hotel come sono diventati i rifugi delle nostre dolomiti – questo delle tende è il modo migliore per viaggiare verso la cima del Kilimanjaro. Nel Parco Nazionale, peraltro, non ci si può avventurare da soli. Una guida a testa è sempre necessaria e pertanto, per fare una cosa decente, serve un adeguato numero di portatori. Se si è giovani, in gamba, senza acciacchi e disposti alla fatica e alla sofferenza, credo che si potrebbe limare qualcosa sul numero degli accompagnatori, ma da tempo, ormai, ho perso queste attitudini (sto lavorando ancora sull’esserne consapevole…).

Torniamo però al punto: la vita che si fa in questi giorni. Quella è la questione più delicata: ci si riempie di polvere durante il cammino, quando non c’è il sole durante il giorno o all’arrivo della notte fa molto, e dico molto, freddo, il fisico comunque si stanca. A casa, ci sono i rimedi: ci si lava, ci si copre, si dorme comodamente in un letto. Lì, no. E per sette giorni filati. Non ci si lava, anche se abbiamo visto un tedesco a torso nudo a 4.600 metri buttarsi addosso acqua appena prelevata da un torrente lì vicino. Seppur ci si copre, o meglio si entra in un sacco a pelo, arriva un punto della notte in cui il freddo diventa ingestibile (si dorme quasi sempre attorno ai 4.000 metri di altitudine e auguri a chi gli scappa la pipì!). Non corrisponde al principio di “comodità” la postazione letto, costituita da un semplice tappeto appoggiato sul fondo di una tenda: il terreno durissimo fa sognare il letto di casa perennemente.

Va beh, mettiamola così: mi sto ancora domandando se con sta cosa sono tornato un po’ più giovane o se ho aggiunto rughe alla mia età. Propendo decisamente per la seconda aggiungendo che sicuramente andava fatta. Sono contento ed è stata un’esperienza unica. È Africa e la Lemosho Route ha permesso di attraversare quasi tutti i paesaggi di questo continente che vengono così riassunti dalla borraccia ufficiale: cultivation, rain forest, moorland, alpine desert, summit. È Africa e si diventa facilmente amici con la gente tanto che al momento dei saluti con gli accompagnatori ci si commuove sapendo che si è trattato di un “one shot” e non ci sarà mai un “ci rivediamo”. È Africa e i colori della natura e della vita rimangono incollati dentro, questa volta sì, per sempre.

Posto qualche fotografia fatta con il cellulare. La macchina fotografica se l’è tenuta Lorenzo che è rimasto in Tanzania altri dieci giorni da solo. A me han detto che c’è un nuovo CCNL e che sarei dovuto tornare…

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