Nel mese di novembre sono stato in Puglia due volte per attività di formazione. Parlando con i partecipanti ai corsi, ho capito una cosa chiarissima: da quelle parti il lavoro pubblico è ancora un oggetto del desiderio, quasi romantico, con tutto ciò che comporta sul concetto di “posto fisso”. È pur sempre la terra di Checco Zalone: lì il posto fisso non è un’idea, è un sacramento.
Carico di questa conferma, al ritorno a casa, mi sono messo a letto ricordando la gioia genuina di mia nonna quando, anni fa, le dissi che avevo vinto un concorso in un piccolo comune. Vidi anche il suo sguardo di totale di disapprovazione quando, anni dopo, le dissi: “mi sono licenziato”. Nel dormiveglia mi sono allora fissato sulla domanda che mio figlio più giovane mi fa regolarmente: “Papà, ma dell’essere libero professionista ti piace di più libero o professionista?”. Mi sono addormentato.
A metà notte, però, mi sono ritrovato ad urlare. Il cuore a mille. Avevo fatto un incubo terrificante: ero seduto davanti a un Segretario comunale, dietro una scrivania costruita interamente con pile di documenti. Lui, impassibile. Io, sudato. E un contratto di lavoro che mi scivolava incontro come una mano di zombie nei film horror. Insomma: stavo per tornare a fare il dipendente pubblico.
Nel panico, ho avuto l’impulso di andare a svegliare Paolo: “Ho la risposta! Libero! Sicuramente libero!”.
Poi ho pensato che svegliare qualcuno alle tre del mattino per paranoie di questo tipo non sia, tecnicamente, un gesto d’amore.
