In Gazzetta Ufficiale le modifiche al d.lgs. 165/01 e 150/09

8 06 2017

Sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale i decreti legislativi di modifica del d.lgs. 165/2001 (Testo Unico del Pubblico Impiego) e del d.lgs. 150/2009 (Riforma Brunetta). Di seguito trovate gli allegati.

Mi stanno già arrivando diverse richieste di chiarimento sull’applicazione delle disposizioni. Stiamo predisponendo alcuni numeri speciali di Personale News in cui prenderemo in considerazione le varie tematiche.

Con un sorriso mi permetto di sconsigliare una “eccessiva ansia” superandola con una “sana attesa”. Tante novità avranno effetti dalla programmazione 2018/2020 e arriveranno anche chiarimenti da parte del Dipartimento della Funzione Pubblica, Rgs e Corte dei conti. Insomma: qualche mese davanti c’è e, a parte la questione del fondo che ho già anticipato QUI, non ci sono grandissime urgenze.

D.LGS. 75/2017 – MODIFICHE AL D.LGS. 165/2001

D.LGS. 74/2017 – MODIFICHE AL D.LGS. 150/2009



Ancora sulle assunzioni della polizia locale…

13 05 2017

Come noto, il decreto-legge sicurezza (d.l. 14/2017), ha introdotto un turn-over di maggior favore per le assunzioni nell’ambito della polizia locale. Letta la norma, ora arrivano le varie interpretazioni, le quali, a breve, assurgeranno la posizione di norma, e così via…

Provo a dire la mia, riguardo a come si incastrano le nuove regole per la polizia locale, rispetto alle assunzioni nelle altre funzioni. Partiamo dalla norma:

“negli anni 2017 e 2018 i comuni che, nell’anno precedente, hanno rispettato gli obiettivi del pareggio di bilancio di cui all’art. 9 della legge 24 dicembre 2012, n. 243, possono assumere a tempo indeterminato personale di polizia locale nel limite di spesa individuato applicando le percentuali stabilite dall’art. 3, comma 5, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 114, alla spesa relativa al personale della medesima tipologia cessato nell’anno precedente, fermo restando il rispetto degli obblighi di contenimento della spesa di personale di cui all’art. 1, commi 557 e 562, della legge 27 dicembre 2006, n. 296. Le cessazioni di cui al periodo precedente non rilevano ai fini del calcolo delle facoltà assunzionali del restante personale secondo la percentuale di cui all’art. 1, comma 228, della legge 28 dicembre 2015, n. 208″. Nel d.l. 90/2014 era previsto: “La predetta  facoltà  ad  assumere  è  fissata nella misura dell’80 per cento negli anni 2016 e 2017 e del  100  per cento a decorrere  dall’anno  2018″.

E’ innanzitutto evidente che la norma ha la finalità di incrementare le percentuali di turn-over nella polizia locale. Ma questo, e lo dico da subito, non vuol dire che si intende penalizzare le assunzioni nelle altre funzioni comunali. La ratio è, quindi, chiara (decreto “sicurezza”, si chiama). Per la polizia locale viene data la possibilità di assumere a tempo indeterminato, con percentuali più favorevoli rispetto al restante personale. Ma è, appunto, una possibilità: “i comuni possono…”. Quindi, se cessa un agente di polizia locale, lo si potrà sostituire con le percentuali di maggior favore. E questa è la parte più semplice.

Ma ci sono altre due questioni.

 1. Cessa un agente di polizia locale, ma l’amministrazione non ha bisogno di agenti di polizia locale.

Innanzitutto. E’ evidente che l’amministrazione NON E’ COSTRETTA a sostituire con un altro agente se non ha il fabbisogno nella polizia locale. La norma si appoggia tutta su un “possono” e si sa che il legislatore, per questioni costituzionali, può imporre agli enti locali solamente limiti finanziari. Ma a questo punto cosa succede alla spesa del cessato? Potrà essere utilizzata per le assunzioni in altri settori? Risposta: per me sì. Anche se la norma dice: “le cessazioni di cui al periodo precedente non rilevano ai fini del calcolo delle facoltà assunzionali del restante personale secondo la percentuale di cui all’art. 1, comma 228, della legge 28 dicembre 2015, n. 208” e quindi sembrerebbe il contrario. Ma non è così. Infatti, il periodo precedente dice “possono” e quindi la traduzione potrebbe essere questa: “se la cessazione dell’agente la sostituisci con un’assunzione nella polizia locale, allora la cessazione non la puoi conteggiare per le altre assunzioni”. E mi pare anche giusto e sensato

2. Cessa un dipendente NON delle polizia locale e l’amministrazione ha bisogno di un agente di polizia locale

Mi pare assolutamente ammissibile che la capacità assunzionale creata da dipendenti di altri settori possa essere destinata, anche questa, alla polizia locale. È il fabbisogno che determina le regole per le assunzioni. Il legislatore ci dice quanto assumere, ma non ci obbliga ad assumere in determinati settori dell’ente. Ovviamente, in questo caso, il cessato deve essere calcolato con le percentuali “ordinarie”, che non sono quelle speciali e più alte riservate agli addetti della polizia locale. D’altronde, basti pensare, che il turn-over per la polizia locale nel 2017 è all’80%, che sarebbe come a dire che se è cessato un agente nel 2016, non lo posso sostituire a tempo pieno. E sarebbe un’assurdità. Ma serve, a questo punto, un pezzetto di capacità assunzionale, che potrà essere, a mio parere, prelevato dalle cessazioni di dipendenti di altri settori.

Quindi, esiste un’unica programmazione del fabbisogno di personale che tiene dentro tutti i settori (polizia locale e insegnanti inclusi). Le percentuali di capacità assunzionale sono diverse e vanno incastrate nel modo migliore, ma chi decide è sempre e solo il fabbisogno.



La conversione del decreto legge “Sicurezza”

22 04 2017

E’ stato convertito il d.l. 14/2017 che prevede alcune novità anche in materia di assunzioni del personale della polizia locale. Le norme di riferimento sono contenute all’art. 7 comma 2-bis che così recita:

negli anni 2017 e 2018 i comuni che, nell’anno precedente, hanno rispettato gli obiettivi del pareggio di bilancio di cui all’art. 9 della legge 24 dicembre 2012, n. 243, possono assumere a tempo indeterminato personale di polizia locale nel limite di spesa individuato applicando le percentuali stabilite dall’art. 3, comma 5, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 114, alla spesa relativa al personale della medesima tipologia cessato nell’anno precedente, fermo restando il rispetto degli obblighi di contenimento della spesa di personale di cui all’art. 1, commi 557 e 562, della legge 27 dicembre 2006, n. 296. Le cessazioni di cui al periodo precedente non rilevano ai fini del calcolo delle facoltà assunzionali del restante personale secondo la percentuale di cui all’art. 1, comma 228, della legge 28 dicembre 2015, n. 208″.
Ricordo che nel d.l. 90 era previsto: “La predetta  facoltà  ad  assumere  è  fissata nella misura dell’80 per cento negli anni 2016 e 2017 e del  100  per cento a decorrere  dall’anno  2018″.


La fine dei voucher

18 03 2017

Allego il Decreto Legge 25/2017 che mette la parola fine ai voucher del lavoro accessorio, che anche gli enti locali possono utilizzare quale forma di lavoro flessibile.

Il succo è all’art. 1.

1. Gli articoli 48, 49 a 50 del decreto legislativo 15 giugno 2015,n. 81, sono abrogati.   

2. I buoni per prestazioni di lavoro accessorio richiesti alla data di entrata in vigore del presente decreto possono  essere  utilizzati fino al 31 dicembre 2017.

Ricordo che il Decreto è entrato in vigore il 17 marzo 2017.

ALLEGATO: Decreto legge 25/2017 – Voucher – Lavoro accessorio



Capacità assunzionale: una deliberazione che mette in crisi

7 03 2017

Si sta diffondendo la Deliberazione n. 23/2017 della Corte dei Conti della Lombardia che ha risposto alla domanda di un comune sulla modalità di calcolo dei “resti” della capacità assunzionale. L’interpretazione dei magistrati contabili mi ha lasciato di stucco e ho già commentato la Deliberazione sul Quotidiano degli Enti Locali de Il Sole 24 Ore. Ho poi condiviso tutti i miei dubbi con la Redazione di Personale News e Mario Ferrari ha fatto un ottimo approfondimento sulla tematica. Ecco, di seguito, le motivazioni per cui la Corte dei Conti della Lombardia non ci ha per niente convinto.

 

Commento alla deliberazione n. 23/2017/PAR della Corte dei Conti, sezione regionale di controllo per la Lombardia

di Mario Ferrari

  1. Premessa.

Da quando esistono le limitazioni alle assunzioni abbiamo familiarizzato con il concetto di capacità assunzionale. Si tratta della possibilità di assumere nuovo personale in un determinato anno sulla base delle cessazioni avvenute nell’anno precedente. La capacità assunzionale fino ad ora non è stata una costante che avrebbe consentito agli enti di fare una seria programmazione, ma è una variabile che negli anni è cambiata tante volte e che, a volte, è stata anche differenziata in base ad alcuni parametri (numero di abitanti, percentuale di spesa di personale, ecc.). Altra grossa questione della capacità assunzionale è stata la possibilità di cumulare e utilizzarne i resti degli anni precedenti. In tutta questa confusione c’è sempre stata un’unica certezza: la capacità assunzionale si calcola sulle cessazioni dell’anno precedente.

 

  1. Le capacità assunzionali negli anni.

Per chiarezza espositiva è utile riepilogare le norme applicabili nei vari anni e i loro effetti sulla capacità assunzionale[1]. Per brevità lo facciamo solo per enti con popolazione compresa tra 1001[2] e 9999[3] abitanti, come quello interessato dalla deliberazione in commento.

Anno Norma di riferimento Rapporto tra spese di personale e spese correnti
Superiore al 25% Inferiore al 25%
2014 Art. 3, commi 5 e 5-quater, del decreto-legge 90/2014, convertito in legge 114/2014 60% della spesa delle cessazioni anno 2013 80% della spesa delle cessazioni anno 2013
2015 Art. 3, commi 5 e 5-quater, del decreto-legge 90/2014, convertito in legge 114/2014 60% della spesa delle cessazioni anno 2014 100% della spesa delle cessazioni anno 2014
2016 Art. 1, comma 228, della legge 208/2015, come modificato dall’articolo 16 del d.l. 113/2016, convertito in legge 160/2016 25% della spesa per cessazioni dell’anno 2015 o 75% se rispettosi del parametro previsto dal d.m. di cui all’articolo 263, comma 2, del TUEL 100% della spesa delle cessazioni anno 2015
2017 Art. 1, comma 228, della legge 208/2015, come modificato dall’articolo 16 del d.l. 113/2016, convertito in legge 160/2016 25% della spesa per cessazioni dell’anno 2016 o 75% se rispettosi del parametro previsto dal d.m. di cui all’articolo 263, comma 2, del TUEL 25% della spesa per cessazioni dell’anno 2016 o 75% se rispettosi del parametro previsto dal d.m. di cui all’articolo 263, comma 2, del TUEL

 

  1. la deliberazione n. 23/2017/PAR della Corte dei Conti, sezione regionale di controllo per la Lombardia.

3.1. Il quesito.

Un ente con popolazione compresa tra 1001 e 9999 abitanti si è rivolto alla sezione regionale di controllo per la Lombardia con un quesito in merito alla capacità assunzionale. L’ente ha evidenziato di avere avuto una cessazione nel 2014 e che, in quell’anno, rispettava i parametri di virtuosità previsti dalla normativa (rapporto tra spesa di personale e spesa corrente inferiore al 25%) e, pertanto, l’ente nel 2015 aveva maturato una capacità assunzionale pari al 100% della spesa del personale cessato, ma non l’aveva utilizzata. L’ente era quindi intenzionato ad utilizzare tale capacità nel 2017, assumendo una unità di personale di pari qualifica di quella cessata, però subentra un dubbio e chiede alla sezione regionale se questo sia possibile, oppure se debba applicare a tale cessazione la capacità assunzionale prevista dalla legge di stabilità 2016, come modificata dall’articolo 16 del d.l. 113/2016, convertito in legge 160/2016. Tale disposizione ha modificato l’articolo 1, comma 228, della legge 208/2015 stabilendo che, in luogo della quota del 25% del turn-over delle cessazioni dell’anno precedente, “gli enti che nell’anno 2015 non erano sottoposti alla disciplina del patto di stabilità interno, qualora il rapporto dipendenti-popolazione dell’anno precedente sia inferiore al rapporto medio dipendenti-popolazione per classe demografica, come definito triennalmente con il decreto del Ministro dell’interno di cui all’articolo 263, comma 2, del testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, la percentuale … è innalzata al 75 per cento nei comuni con popolazione inferiore a 10.000 abitanti”.

3.2. La risposta della sezione.

Per prima cosa, la sezione passa in rassegna le varie disposizioni in materia di capacità assunzionale che si sono susseguite negli anni e così conclude: “il medesimo ente istante, avendo una popolazione superiore ai 1000 e inferiore a 10.000 abitanti e non avendo ancora proceduto a nuove assunzioni, ha una capacità assunzionale pari al 75% del budget formatesi prendendo come riferimento le cessazioni avvenute nel triennio precedente (che, nel caso di specie, è rappresentato dalla cessazione intervenuta nell’anno 2014). In linea generale, questa Sezione rammenta all’ente che quando il legislatore interviene per modificare solo la percentuale del c.d. turn over, al fine di calcolare la ‘capacità assunzionale’ bisogna prendere come riferimento la percentuale indicata per l’anno in cui si intende avviare la procedura di assunzione, a prescindere da quale fosse la percentuale indicata nell’anno a cui si riferiscono le cessazioni intervenute (ossia i c.d. resti). Infatti, i ‘resti’ devono essere presi in considerazione solo per determinare l’entità del budget di spesa su cui va parametrata la capacità assunzionale che deve necessariamente essere rispettosa della percentuale fissata dal legislatore per l’anno in cui si intende a procedere con la nuova assunzione”. Ben inteso, la risposta della sezione in questo caso è penalizzante perché riduce la capacità assunzionale dell’ente dal 100% al 75% (ma poteva anche essere il 25%), però sarebbe potuto anche avvenire il contrario. Se l’ente nel 2015 avesse avuto una incidenza della spesa di personale superiore al 25%, avrebbe avuto un incremento della capacità assunzionale dal 60% al 75%.

Ma non è questo il tema. Il punto della questione è capire se veramente tutti ci siamo sbagliati per anni nell’interpretare la norma, oppure se è la sezione regionale di controllo per la Lombardia ad aver preso un abbaglio.

 

  1. Considerazioni.

4.1. Il testo della legge.

Superato il primo momento di sgomento per l’innovatività della interpretazione, abbiamo verificato se la lettura delle norme data dai magistrati lombardi poteva avere un suo fondamento. La cosa non è facile, perché nell’enunciazione fatta dalla sezione, non ci sono riferimenti diretti ad una norma specifica, bensì viene dato per scontato il principio secondo il quale si deve fare riferimento alla percentuale in vigore nel momento in cui si avviano le procedure assunzionali, anziché a quella dell’anno in cui avvengono le cessazioni. La norma che stabilisce il cumulo dei resti è l’articolo 3, comma 5, del d.l. 90/2004, convertito in legge 114/2014, che recita: “… A decorrere dall’anno 2014 è consentito il cumulo delle risorse destinate alle assunzioni per un arco temporale non superiore a tre anni, nel rispetto della programmazione del fabbisogno e di quella finanziaria e contabile; è altresì consentito l’utilizzo dei residui ancora disponibili delle quote percentuali delle facoltà assunzionali riferite al triennio precedente”. La norma fa espresso riferimento ai “residui … delle quote percentuali delle facoltà assunzioniali”, quindi quello che si può cumulare sono i residui delle facoltà assunzionali e tali facoltà si calcolano applicando una percentuale alla spesa del personale cessato. Volendo usare una formula matematica potremmo dire che: Facoltà assunzionali = Spesa del personale cessato nell’anno precedente * X%, dove X è la percentuale di turn-over applicabile allo specifico ente nell’anno successivo alla cessazione del personale. Per sostenere la lettura data dalla sezione regionale lombarda, la norma avrebbe dovuto dire qualcosa del tipo: “è altresì consentito l’utilizzo dei residui ancora disponibili della spesa del personale cessato riferita al triennio precedente”.

4.2. Precedenti pronunce in materia.

Sempre per valutare l’attendibilità della nuova lettura del calcolo delle capacità assunzionali, facciamo una rassegna meramente esemplificativa di precedenti in materia. La sezione delle Autonomie della Corte dei Conti con la deliberazione n, 28/SEZAUT/2015/QMIG[4] ha dato l’interpretazione “ufficiale” sull’utilizzo dei resti assunzionali e in nessuna parte della deliberazione fa cenno alla modalità di calcolo enunciata dai magistrati lombardi[5]. Anzi, nell’apparato motivazionale si legge:

  • il calcolo delle facoltà assunzionali a disposizione degli enti locali sottoposti al patto di stabilità interno debba essere effettuato ricomprendendo anche i residui ancora disponibili delle quote percentuali inutilizzate provenienti dagli esercizi precedenti, nel limite temporale dell’ultimo triennio”;
  • gli enti locali possono effettuare assunzioni di personale a tempo indeterminato utilizzando la capacità assunzionale del 2014 derivante dai ‘resti’ relativi al triennio 2011-2013”.

Più di recente la Corte dei Conti, sezione regionale di controllo per il Molise[6], si è pronunciata sull’utilizzo dei resti delle capacità assunzionali. In particolare un ente chiede se “le facoltà assunzionali anteriori a quelle del biennio 2015-2016 (dovute alle cessazioni del 2014 e 2015 e da destinare alla ricollocazione del personale soprannumerario degli enti di area vasta), rinvenienti dalle cessazioni del triennio precedente 2011-2013, non ancora utilizzate, siano fatte salve ed esulino dal limite del 25% fissato dall’ultima legge di stabilità”. La sezione risponde che le facoltà assunzionali ancora utilizzabili sono quelle dell’anno 2013 e non menziona assolutamente la necessità di ricalcolarle sulla base delle percentuale del 25% introdotta dalla legge 208/2015. Questa visione è stata confermata dalla sezione regionale di controllo per l’Umbria con la deliberazione n. 64/2016/PAR del 16 giugno 2016[7].

Esulando dall’àmbito degli enti locali e guardando alle amministrazioni dello Stato, il d.p.c.m. 1° dicembre 2016[8], che autorizza le varie amministrazioni ad assumere personale, dimostra chiaramente che la capacità assunzionale disponibile per ogni amministrazione viene calcolata applicando la percentuale in vigore ogni anno con riferimento alle cessazioni dell’anno precedente. In particolare nella tabella 2, riferita alla Corte dei Conti, la capacità assunzionale viene determinata sommando: il 20% delle economie da cessazioni del 2013, il 40% delle economie da cessazioni del 2014 e il 25% delle economie da cessazioni del 2015.

È vero che le norme di riferimento sono differenti (articolo 3, commi 1 e 3, del d.l. 90/2014 e articolo 1, comma 227, della legge 208/2015) ma sono del tutto analoghe a quelle degli enti locali. Anzi, visto che le amministrazioni statali non si devono confrontare con le interpretazioni “creative” della Corte dei Conti, non c’è necessità di interventi normativi per correggere letture “esotiche”. In particolare sull’articolo 3 del d.l. 90/2014, mentre il comma 3, applicabile alle amministrazioni statali, (che stabilisce: “A decorrere dall’anno 2014 è consentito il cumulo delle risorse destinate alle assunzioni per un arco temporale non superiore a tre anni, nel rispetto della programmazione del fabbisogno e di quella finanziaria e contabile”), con il predetto d.p.c.m. è stato pacificamente interpretato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel senso che il triennio sia quello precedente, il comma 5, applicabile agli enti locali, (che stabiliva: “A decorrere dall’anno 2014 è consentito il cumulo delle risorse destinate alle assunzioni per un arco temporale non superiore a tre anni, nel rispetto della programmazione del fabbisogno e di quella finanziaria e contabile” è stato interpretato dalla Corte dei Conti come riferito al triennio successivo[9], tanto da far sì che gli enti locali chiedessero un intervento correttivo, che il legislatore ha esaudito aggiungendo un ulteriore periodo per specificare che “è altresì consentito l’utilizzo dei residui ancora disponibili delle quote percentuali delle facoltà assunzionali riferite al triennio precedente[10].

 

  1. Conclusioni.

Alla luce del tenore letterale della norma, del contesto normativo e delle precedenti interpretazioni, riteniamo che si possa catalogare la deliberazione della sezione regionale di controllo per la Lombardia tra le “curiosità” ermeneutiche, destinate a non avere un seguito. Se trattassimo di zoologia potremmo trovarci di fronte ad uno zonkey (ibrido tra maschio di zebra e una femmina di asino)[11], interessante da vedere, ma incapace di generare prole.

 

 

[1] Per approfondimenti sul calcolo della capacità assunzionale rimandiamo a:
  • Bertagna Gianluca, “Quale capacità assunzionale?”, Personale News, n. 16/2016, pp. 56-57;
  • Chiolero Tatiana e Bertagna Gianluca, “Il calcolo della capacità assunzionale per i comuni sopra i 10.000 abitanti”, Personale News, n. 17/2016, pp. 68-72;
  • Chiolero Tatiana e Bertagna Gianluca, “Il calcolo della capacità assunzionale per i comuni sotto i 10.000 abitanti”, Personale News, n. 18/2016, pp. 64-69;
  • Chiolero Tatiana e Bertagna Gianluca, “La capacità assunzionale nel triennio 2017/2019”, Personale News, n. 4/2017, pp. 56-59.
[2] Limite derivante dall’articolo 31 della legge 12 novembre 2011, n. 183.
[3] Limite derivante dall’articolo 1, comma 228, della legge 28 dicembre 2015, n. 208.
[4] http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sez_autonomie/2015/delibera_28_2015_qmig.pdf
[5] Per un commento rimandiamo a: Bertagna Gianluca, “Capacità assunzionale e resti degli anni precedenti”, Personale News, n. 18/2015, pp. 8-10.
[6] Deliberazione n. 63/2016/PAR del 24 marzo 2016: http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/molise/pareri/2016/delibera_63_2016.pdf
[7] https://servizi.corteconti.it/bdcaccessibile/ricercaInternet/SearchDelibera.do?selezione=dettaglio&id=2807-21/09/2016-SRCUMB
[8] http://www.funzionepubblica.gov.it/sites/funzionepubblica.gov.it/files/DPCM_1_dicembre_2016_0.pdf
[9] Corte dei Conti, sezione delle Autonomie, deliberazione n. 27/SEZAUT/2014/QMIG del 21 novembre 2014: http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sez_autonomie/2014/delibera_27_2014_qmig.pdf
[10] Modifica effettuata con l’articolo 4, comma 3, del d.l. 19 giugno 2015, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2015, n, 125 ed entrata in vigore il 15 agosto 2015.
[11] https://it.wikipedia.org/wiki/Zonkey


Due parole sulla riforma della pubblica amministrazione

25 02 2017

Se c’è una cosa che la recente riforma della pubblica amministrazione insegna è che non esiste una riforma che non vada a premiare i più furbi. E lo fa con quei modi di parvenza di “giustezza” che lasciano imbarazzati. Questo non vuol dire che la riforma sia sbagliata, ma che, contro il significato del termine stesso, prima di guardare avanti, si dà un’occhiata a sistemare il passato. Non ho ancora il testo ufficiale, ma proviamo con qualche esempio.

 

Norma: Si prevede che i contratti nazionali potranno decidere di consolidare a determinate condizioni la componente variabile dei fondi del salario accessorio.

Effetto: Chi ha inserito nei propri fondi importi elevati di risorse variabili (anche al limite del rispetto delle norme, magari), ora si potrebbe ritrovare tali somme consolidate, cioè stabili.

 

Norma: Si prevede che l’ammontare complessivo del trattamento accessorio del 2017 non potrà essere superiore rispetto a quello del 2016 (e non del 2015 come era finora).

Effetto: Il legislatore, di fatto, consolida la decurtazione fatta nel 2016 e premia coloro che hanno ridotto il fondo giusto giusto per rispettare il limite. Quelli virtuosi, che sono stati ben al di sotto del tetto del 2015, saranno invece penalizzati.

 

Norma: Si prevede, ancora una volta, la stabilizzazione del personale a tempo determinato o con altre forme di lavoro flessibile.

Effetto: Di fatto si ammette che le amministrazioni pubbliche hanno violato la regola delle assunzioni con tali tipologie solo per esigenze temporanee o eccezionali e quindi, chi lo ha fatto violando la norma, ora è più fortunato (anche il destinatario della norma, per il quale, spero davvero si sistemi una volta per tutte la situazione di precarietà).

Senza poi contare che, come detto dalla Corte dei conti Sezione Autonomie con la Deliberazione n. 1/2017:

  • Se nel 2009 hai avuto una spesa alta: bene, ci stai e vai avanti;
  • Se nel 2009 hai avuto spesa per lavoro flessibile pari a zero: ti puoi determinare il limite che ti sembra più corretto;
  • Se nel 2009 hai avuto poca spesa per lavoro flessibile: niente, porta pazienza.

 

Insegnamento finale: Se ci sono norme che mettono limiti, va bene rispettarli, ma non troppo. Mai essere troppo virtuosi, meglio rispettare le norme “appena appena”. Guai a metterci troppo impegno nel contribuire a sanare il debito pubblico; guai se ci salta per la testa di risparmiare di più rispetto al dovuto, ci troveremo una mazzata più avanti.

Beati, invece, quelli che osano al limite dell’elusione, quelli che adorano stanziamenti allegri, quelli che non ascoltano i profeti (Aran, Rgs, Mef e Corte dei Conti): troveranno una bella sanatoria nella prossima Riforma.

Amen. 🙂

 

 



Sezione Autonomie su lavoro flessibile

14 01 2017

E’ arrivata la Deliberazione n. 1/2017 della Sezione Autonomie della Corte dei conti in materia di lavoro flessibile, soprattutto con riferimento a quale limite prendere come riferimento in assenza di spesa nell’anno 2009 oppure nel triennio 2007-2009.

L’occasione è anche quella per includere, nel limite, le spese per l’integrazione salariale dei lavoratori socialmente utili.

Ecco di seguito il principio di diritto:

1. “Ai fini della determinazione del limite di spesa previsto dall’art. 9, comma 28, del d.l. 78/2010 e m.i., l’ente locale che non abbia fatto ricorso alle tipologie contrattuali ivi contemplate né nel 2009, né nel triennio 2007-2009, può, con motivato provvedimento, individuare un nuovo parametro di riferimento, costituito dalla spesa strettamente necessaria per far fronte ad un servizio essenziale per l’ente. Resta fermo il rispetto dei presupposti stabiliti dall’art. 36, commi 2 e ss., del d.lgs. n. 165/2001 e della normativa – anche contrattuale – ivi richiamata, nonché dei vincoli generali previsti dall’ordinamento”.

2. “La spesa per l’integrazione salariale dei lavoratori socialmente utili rientra nell’ambito delle limitazioni imposte dall’art. 9, comma 28, del d.l. n. 78/2010, nei termini ivi previsti, ove sostenuta per acquisire prestazioni da utilizzare nell’organizzazione delle funzioni e dei servizi dell’ente”.

ALLEGATO: LAVORO FLESSIBILE – SEZIONE AUTONOMIE – DELIBERAZIONE N. 1/2017



Legge di bilancio 2017, personale, fondo e tanto altro…

24 12 2016

Di seguito potete trovare il più recente numero di Personale News che mettiamo gratuitamente a disposizione di tutti.

Abbiamo trattato diversi argomenti, tra cui le novità in materia di personale e cosa accade ai fondi della contrattazione integrativa decentrata nel 2017.

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ALLEGATO: PERSONALE NEWS – NUMERO GRATUITO – N. 23/2016



Il calcolo della capacità assunzionale

19 12 2016

Nonostante pareri contrastanti, continuo a sostenere che ai fini del turn-over si debba tener conto solamente del valore tabellare dei dipendenti che cessano dal servizio. Stiamo parlando della vigenza di norme che permettono agli enti locali di assumere sulla base di una percentuale di spesa dei cessati. Ma questa spesa, come si calcola?

Dato per certo che si tratta sempre di spesa da considerare su base annua (deliberazione n. 28/SEZAUT/2015/QMIG[1] della Corte dei Conti, sezione delle Autonomie), partiamo, da quello che per me è un principio insuperabile: l’omogeneità dei dati. Ogni metodo di calcolo, soprattutto se a cavallo di più anni, non può non tenerne conto, perché diversamente si rischia di fare conti a proprio uso e consumo. L’omogeneità garantisce correttezza e ragionevolezza d’azione.

Quindi, se la capacità assunzionale serve per stabilire il budget per le assunzioni dall’esterno e se dall’esterno si può assumere solo per le categorie di accesso A, B, B3, C, D e D3, applicando il principio dell’omogeneità, evidentemente, anche le cessazioni vanno valorizzate con tali valori di accesso.

Rileva, inoltre, anche la questione del risparmio. Il senso, in altre parole, è quello di trovare un valore di spesa di cessato per effettivi risparmi dell’ente. Non è possibile, a mio parere, conteggiare tra “spesa dei cessati” dei costi che non sono risparmi, come ad esempio la retribuzione individuale di anzianità (RIA) oppure i valori delle progressioni orizzontali economiche che tornano nella disponibilità del fondo. Per l’ente non sono risparmi! … e quindi come considerarli “spesa di cessati”?

Tale impostazione è stata confermata dalla nota n. 46078/2010[2] del Dipartimento della Funzione Pubblica nella quale è indicato: “Ai fini del calcolo dei risparmi realizzati per cessazioni, da calcolare sempre sui 12 mesi, a prescindere dalla data di cessazione dal servizio e dei relativi costi, si segnala la necessità di utilizzare criteri omogenei a quelli seguiti per il calcolo degli oneri assunzionali. Per quanto riguarda le assunzioni per l’anno 2010, sulla base delle cessazioni avvenute nell’anno 2009, non sono da considerare risparmi tutte le voci retributive che ritornano al fondo destinato alla contrattazione integrativa (es.: RIA, fascia o livello economico acquisiti e finanziati dal fondo). Anche ai fini del calcolo dell’onere individuale annuo per livello occorrerà tenere in considerazione le voci retributive che non sono finanziate dal fondo”

Successivamente, il Dipartimento, ha aggiornato tali le regole con la nota 11786/2011[3] nella quale viene rivisto in meccanismo in virtù del fatto che con l’art. 9, comma 2-bis, del d.l. 78/2010, quando un dipendente cessa, il fondo va ridotto e quindi, si dice, che anche questa riduzione comporta un risparmio per l’ente: “In particolare, per ciascuna categoria di personale (dirigenti, professionisti, personale delle aree, etc.) il calcolo dovrà tenere conto della retribuzione fondamentale, cui deve essere sommato, con separata evidenziazione, un valore medio di trattamento economico accessorio calcolato dividendo la quota complessiva del fondo relativo all’anno 2010 per il valore medio dei presenti nel medesimo anno, intendendosi per valore medio la semisomma (o media aritmetica) dei presenti, rispettivamente, al 1° gennaio e al 31 dicembre”.

Che è vero, ma sappiamo che non sempre è così. Infatti, la Ragioneria generale dello Stato e l’ARAN ci hanno insegnato che ai fini dell’applicazione dell’art. 9, comma 2-bis, e ora dell’art. 1, comma 236, della legge 208/2015 non si prende a riferimento i dipendenti che cessano, bensì i dipendenti presenti, tenendo quindi in considerazione anche le assunzioni. Di fatto, se un dipendente cessa e ne viene assunto un altro nel medesimo anno, il fondo non va ridotto (metodo della semisomma) con la conseguenza che quella cessazione non crea nessun risparmio per l’ente.

Quindi, continuo a rimanere convinto che in un’ottica di omogeneità dei dati, ragionevolezza e prudenza, calcolare la spesa dei cessati sul valore del tabellare di accesso, sia il metodo più corretto.

[1] http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sez_autonomie/2015/delibera_28_2015_qmig.pdf

[2] http://www.funzionepubblica.gov.it/articolo/dipartimento/18-10-2010/nota-circolare-uppa-dfp-460782010

[3] http://www.funzionepubblica.gov.it/articolo/dipartimento/22-02-2011/nota-circolare-n-11786



La trasformazione del part-time a tempo pieno

12 11 2016

Mi occupo, brevemente, di una situazione che ho già affrontato tempo fa (http://www.gianlucabertagna.it/2012/02/19/come-eludere-il-turn-over-con-il-part-time/), quando il turn-over aveva altre percentuali, ma che come concetto è sempre attuale: cosa accade alle capacità assunzionali quando si ampliano le ore di un dipendente ASSUNTO IN ORIGINE a tempo parziale.

E’ opinione condivisa da tutte le Sezioni regionali della Corte dei conti, che tale incremento di ore senza giungere al tempo pieno, non costituisca nuova assunzione ai sensi dell’art. 3 comma 101 della legge finanziaria del 2008 e quindi non vi è erosione della capacità assunzionale. Per tutta una serie di motivi che avevo spiegato al link sopra indicato, non sono d’accordo, ma anche la Corte dei conti ricorda che non si possono mettere in atto azioni ELUSIVE come quello di aumentare le ore a 35 e non a 36 (si veda ad esempio CdC Sardegna, con deliberazione n. 67/2012).

Ora, facciamo questo esempio:

  • Dipendente assunto a 18 ore.
  • Incrementato, negli anni scorsi, dall’ente a 34 ore senza erosione delle capacità assunzionali in linea con i pareri della Corte dei conti
  • Volontà oggi di portare il dipendente a tempo pieno ovvero 36 ore.

Domanda: dalla capacità assunzionale, oggi, scalo 2 ore oppure 18 ore pari alla differenza tra il part-time iniziale e il tempo pieno?

Io non ho dubbi nel rispondere che vanno scalate 18 ore, anche perchè, diversamente, il giochetto sarebbe davvero troppo facile. E non credo che si chiami neppure “sopravvivenza”. Qua si parla di applicazione di norme e se la trasformazione da tempo parziale a tempo pieno è paragonata ad una assunzione per legge (art. 3 comma 101), non può che essere che questo valga con riferimento alle ore iniziali del rapporto di lavoro.