La crisi

A volte le parole non bastano per descrivere le cose. Bisogna viverle o averle vissute.

Qualche anno fa. Un bambino. Diciamo in età scolastica. Una mamma che gli dice: vai a prendere 500 lire di pane. Il bambino usciva. Costeggiava tutti i muri così non attraversava nessuna strada. Arrivava nella piazzetta. Scendeva un po’ più giù ed entrava in panificio. Buongiorno, vorrei 500 lire di pane. La commessa prendeva un sacchetto, lo appoggiava sulla bilancia manuale ed inseriva un po’ di panini. Quando era al limite della somma sceglieva quello giusto per arrivare alla cifra. A volte erano 510, a volte 490; non è che si potesse tagliare a metà un panino. Ma il conto lo teneva lei. Forse a fine mese tutto quadrava. 500 lire di pane.

Poi il bambino cresce. Le cose attorno cambiano. La vita cambia. Alla commessa si ordina il pane che si presume possa servire: mi dia cinque panini. Magari ognuno di un tipo diverso. Si paga, quello che è, è. Poi si ha pure il privilegio di avanzarne. Buttarlo via. O se va bene, darlo al nonno che alleva ancora qualche gallina.

Questa mattina. Antivigilia di Natale 2011. Mi fermo in un panificio dove fanno la pizza buona. Uno spuntino di mezza mattina. Entro, persone davanti. Una signora, vestita di scuro con il volto molto teso. Chi tocca? A me, dice timidamente. Cosa le do? Vorrei un euro e venticinque di pane.

Ecco, questo è un tuffo. Nel passato e nel presente.

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